The Grey: Liam Neeson contro i lupi nell’ultima battaglia che conti

di 12 Apr 2012 in Film Drammatico

The Grey: Liam Neeson contro i lupi nell’ultima battaglia che conti

In seguito ad un disastro aereo un gruppo di operai di una compagnia petrolifera si ritrova disperso in una zona remota dell’Alaska. Braccati da un branco di feroci lupi che non li vogliono nel loro territorio, si affideranno a John Ottway – esperto cacciatore – per cercare di sopravvivere e tornare a casa.
 

Joe Carnahan è un regista che ancora non sono riuscito ad inquadrare: dopo un esordio (Blood, Guts, Bullets and Octane) passato pressoché inosservato si fa notare per Narc, poliziesco piuttosto crudo e realistico che si riallaccia a certa tradizione anni ‘70. Cambia totalmente registro per l’ipercinetico pulp Smokin’ Aces, successo di pubblico ma personalmente un passo falso, per arrivare alla trasposizione su grande schermo della serie televisiva A-Team, blockbuster illogico e di rara bruttezza. Con questo The Grey cambia ancora le carte in tavola allontanandosi dai suoi poliziotti corrotti ed i fischi dei proiettili per narrarci con stile rigoroso e scarno una storia di cruda sopravvivenza.
 

Così apparentemente lontano dalle sue corde The Grey si dimostra, a mio parere, finora il miglior film di Carnhan.
Attingendo dal racconto breve di Ian MacKenzie Jeffers Ghost Walker, il regista mette in scena una vicenda non certo inedita al cinema: la lotta dell’uomo contro gli elementi della natura per la propria autoconservazione è già apparsa nei vari Cast Away, Into the Wild o Alive, che ha in comune il disastro aereo e viene citato in uno dei rari momenti di alleggerimento del film. Così anche tutti i canoni appartenenti al genere vengono puntualmente rispettati: il gruppo che trova una sua forma di organizzazione con l’emergere di un leader naturale, la ricerca del cibo, l’individuazione di un piano di salvezza e di sistemi di difesa contro le minacce incombenti, l’eliminazione graduale degli anelli più deboli etc.
Se vogliamo l’elemento di novità può essere rappresentato dal branco dei lupi, sorta di nemesi metafisica che si accanisce ben presto contro i malcapitati con una ferocia diabolica estranea ad ogni normale comportamento animale. Ma anche in questo caso si può pensare ad un’ibridazione con l’eco vengeance – quel particolare filone in cui gli animali si rivoltano contro l’uomo al di là di ogni logica (Lo squalo, Gli uccelli e simili) – e individuarne i codici.
 

Insomma l’originalità della struttura narrativa non gioca certo a favore del film: apparentemente succede tutto quello che deve succedere e normalmente ci si aspetta.
 

In questo contesto abbastanza scontato mi è parso che Carnahan inserisca un elemento insolito e nuovo. E cioè la volontà di simbolizzare lo scontro tra i protagonisti ed il branco di lupi per abbozzare un discorso su un determinato aspetto della vita umana piuttosto aspro e pessimista. Ovvero una visione che contempla l’uomo in un costante stato di antagonismo; in una ininterrotta conflittualità nel rapporto con natura, caso e predestinazione, fin ad arrivare persino a Dio e la morte. In fondo la vita non è che una successione senza sosta di dure prove, una dietro l’altra. Questo aspetto “contro” dell’esistenza che si mostra qua e là – nei dialoghi curati e significativi o nelle reazioni dei personaggi- mi ha fatto apprezzare un film altrimenti uguale a tanti altri. E la lotta di questi uomini, ed in primis il John Ottway di Liam Neeson, sembra trasferirsi in una dimensione epica in cui i lupi, con le debitissime proporzioni, appaiano quasi imparentati con il Moby Dick di Melville: un enigma insondabile che si pone davanti al cammino dell’uomo ostacolandolo con una crudeltà quasi consapevole.
Come può riassumere la toccante poesia che il padre lascia in eredità a Ottway:
“Ancora una volta in lotta. Nell’ultima battaglia che conti di cui ho mai saputo. Vivere e morire in questo giorno.”
Alla fine rimane un quadro di estrema solitudine che può essere addolcito solo dai ricordi ed i sentimenti che ci rimangono dai vincoli affettivi.
 

Le caratterizzazioni dei personaggi sono al di sopra della media consona a film del genere, anche grazie alla misurata prova degli attori che si trattengono da comportamenti e gesti plateali, errore in cui era facile cadere. Ovviamente Liam Neeson ha una presenza più forte e magnetica: John Ottway è un personaggio che si ricorda a lungo.
Mentre Carnahan dirige con un buon senso della tensione e sa alternare i momenti dialogati alle sequenze d’azione, sempre realistiche e mai gratuite.
 

Quindi, una storia risaputa che viene però nobilitata da singole situazioni, personaggi e dialoghi che ne offrono un’angolazione insolita – e allo stesso tempo terribile – alla ricerca di un significato profondo.

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