Hugo Cabret: vita e cinema secondo Scorsese

di 18 Mar 2012 in Film Drammatico

Hugo Cabret: vita e cinema secondo Scorsese

Hugo Cabret è un orfano che vive tra le mura della stazione di Montparnasse, nella Parigi degli anni ’30, compiendo piccoli furti. La sua passione è aggiustare gli orologi della stazione ed ogni sorta di macchinario, tra cui un misterioso automa lasciatogli dal padre che sembra contenere un mistero che solo il burbero proprietario di una bottega di giocattoli può svelare.
 
Per il suo ultimo lungometraggio Martin Scorsese sceglie di trasporre per il grande schermo la graphic novel La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick. Ed è facile immaginare come il tema che ruota attorno al cinema e quell’alone di meraviglioso che l’accompagna possa averlo sedotto. Un po’ meno prevedibile la scelta di utilizzare una tecnica come il 3D che da Avatar in poi ha lasciato più di qualche perplessità: spesso inutile orpello di infantili e tronfi blockbuster – perfetto specchietto per le allodole per il pubblico – dimostratosi molto al di sotto delle aspettative.
 
La paura, prima di entrare in sala, era di trovarmi di fronte ad una marchetta – magari ben confezionata ma pur sempre una marchetta – che assecondasse la volontà degli studios cercando un facile riscontro commerciale. Tanto più che a mio parere è da un po’ di tempo che Scorsese ha perso lo smalto delle sue opere più audaci ed inventive, spesso rifugiandosi in grosse produzioni dirette con indubbia bravura ma lontane dalla migliore ispirazione.
 
E’ stata quindi una gradevole sorpresa ritrovare in questo Hugo Cabret un regista che ha ancora voglia di mettersi in gioco e sperimentare con le nuove tecnologie in maniera intelligente e creativa, senza concessioni alla spettacolarizzazione più facile.
 
Sarà stata la possibilità di parlare di cinema ritornando alle origini e contemplarne la meraviglia con gli occhi ancora vergini ed infantili del protagonista; oppure l’occasione di offrire la giusta celebrazione alla figura pionieristica di Georges Melies, padre del cinema assieme ai fratelli Lumiere e primo ad averne intuito i trucchi e le potenzialità per trasfigurare la realtà. Chi può dirlo, è certo che il regista italo-americano alla soglia dei settant’anni riesce attraverso un film ingannevolmente indicato per ragazzi a tessere un racconto in cui si intrecciano vita e cinema, temi come la perdita e la necessità dei sogni con una regia capace di reinventarsi e tornare ad uno sguardo puro. Sbagliando poco o niente.
 
Hugo Cabret è fondamentalmente un racconto di formazione dal sapore dickensiano che narra la storia d’infanzia negata e sopravvivenza di un orfano geniale, costretto a badare a se stesso nei modi più fantasiosi ed inconsciamente alla ricerca di una figura paterna.
Le sue peripezie faranno da esca per introdurci in una dimensione dove l’uomo ed il meccanico si confondono: a volte generando aberrazioni – come l’incubo in cui Hugo si trasforma in un burattino di ingranaggi sembra volerci mettere in guardia – a volte cooperando per qualcosa che ha tutte le sembianze del miracolo. Ed il film sembra appunto suggerirci questo: solo quando la macchina è al servizio di scopi profondamente legati all’uomo può aspirare a divenire espressione della sua anima.
E quale stupenda macchina ed invenzione come il cinema può testimoniarlo meglio? Forse la macchina per eccellenza in cui l’uomo ha cercato di infondere la propria anima, affidandone i sogni e dando forma alle sue idealizzazioni più fantastiche.
 
Così siamo liberi di addentrarci in un mondo in cui anche le aspirazioni più svilite e mortificate sono rese possibili. In cui ci si può cullare immaginando di essere piccoli ingranaggi di un grande congegno perfetto. Solo in un mondo in cui la vita va a braccetto e si riflette in uno specchio di celluloide tutto ciò può accadere.
 
Hugo Cabret è un elogio appassionato di un certo tipo di cinema – quello più immaginifico e libero – e di quella funzione di evasione che sembra aver ereditato dalla letteratura classica ottocentesca, specie quella d’avventura. Esemplificativa di questo passaggio di consegne la sequenza in cui Hugo dichiara di non aver mai letto il libro Robin Hood ma di conoscerne perfettamente il mito avendo visto il film con Dougles Fairbanks.
 
La necessità e l’impossibilità di rinunciare ad evadere dalla vita fattuale ed arrendersi alla propria immaginazione è il messaggio più potente che mi pare ci venga proposto. Come si può trarre dall’esperienza di Melies: sognare è indispensabile per la stessa sanità mentale dell’uomo, la sua assenza apre scenari di un mondo arido e senza alcuna visione del futuro, in cui è l’orrore delle guerre a trionfare.
 
Tutto questo Scorsese ce lo racconta con una forma luccicante e colorata che si serve del 3D non tanto per forzare il linguaggio cinematografico offrendoci squarci di mondi immaginari sempre più tangibili e vicini a noi, quanto esaltandone le potenzialità. E’ un 3D che quasi si “nasconde” al servizio della storia. Serve a marcare la profondità di campo e scomporla in una quantità di piani impensabile o inventare primi piani dall’imponenza statuaria. La carrellata iniziale che parte dagli ingranaggi degli orologi e ci introduce nella realtà della stazione è poi qualcosa di incredibile che sembra tirarci per mano dentro la storia, facendoci “sfiorare” i vari oggetti scenici.
 
Bravissimi i due bambini: Asa Butterfield (Hugo Cabret) sembra essere uscito dall’illustrazione di un libro per ragazzi, Chloë Moretz ha la sfacciata disinvoltura di un adulto. Mentre Ben Kingsley – non è una sorpresa – aggiunge un’altra prova da perfetto trasformista alla sua collezione.
 
Forse non tutte le parti hanno la stessa intensità drammatica, qualche scena rischia la retorica ed alcuni personaggi secondari sono un po’ stereotipati, ma rimane uno dei migliori film di questa stagione e tra gli ultimi di un rigenerato Scorsese. Una meraviglia per gli occhi e nutrimento per il cervello; ma Hugo Cabret è un film che va soprattutto “sentito”.

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