The Way Back

di 03 Feb 2012 in Film Drammatico

The Way Back

Nel 1941 sette evasi da un Gulag – cui si aggiunge una giovane esule polacca – tentano una via di fuga verso l’India, percorrendo migliaia di chilometri che li porteranno ad attraversare la linea ferroviaria transiberiana, il deserto del Gobi e l’Himalaya. Il viaggio sarà una dura lotta per la sopravvivenza tra gli stenti della fame, il freddo e le sofferenze fisiche causate da un ambiente avverso.

E’ strano come l’ultima fatica di un autore ampiamente apprezzato da critica e pubblico- quel Peter Weir che ci ha regalato film indimenticabili come Un anno vissuto pericolosamente, L’attimo fuggente o The Truman Show, solo per citarne alcuni- sia praticamente passato inosservato nelle sale americane e da noi stenti ancora a trovare una distribuzione.
Anche perché il film, pur non raggiungendo la bellezza cristallina di alcuni passati capolavori del regista australiano, è un’ispirata ed emozionante avventura di grande respiro capace di toccare vette di alto cinema e momenti di semplice e toccante poesia.
 

Alla base della storia c’è il controverso libro di memorie Tra noi e la libertà di Slavomir Rawicz, che racconta l’incredibile fuga dell’autore e sei suoi compagni da un Gulag in Siberia e la loro lunga marcia per raggiungere la libertà in Tibet: più di 6500 chilometri attraverso il gelo siberiano, il deserto del Gobi e le montagne himalayane. Da molti considerato un falso, o un’appropriazione indebita di ricordi altrui, al punto da convincere Weir a cambiare titolo, nomi ai protagonisti e concedersi più di una licenza rispetto all’originale.
 

Pur prodotto fuori da Hollywood grazie alla National Geographic Films alla sua prima esperienza cinematografica, The Way Back rimane un film d’avventura dall’impianto classico, con una forte regia narrativa che privilegia il concatenarsi degli eventi al servizio di una storia di sopravvivenza e ricerca della libertà che funziona a più livelli di lettura.
 

Il merito di Weir è quello di aver saputo raccontare un’impresa tanto straordinaria e gli uomini che l’hanno compiuta con levità e molta semplicità, di modo da raggiungere una dimensione profondamente umana ed universale.
 

Si privilegiano così i gesti e le azioni più naturali e meno significative per connaturare gli otto pellegrini ed il loro rapporto: solo attraverso i volti contraffatti dalla sofferenza fisica ed i silenzi riusciamo a leggere le loro emozioni e la profonda forza vitale che anima la loro volontà.
 

Pian piano tra il soldato polacco, l’ingegnere americano, il criminale russo, l’ex prete lettone ed il resto del gruppo sarà un intenso e tacito senso di comunità ad emergere, permettendoli di affrontare le comuni avversità solidali.
Proprio questa lettura armonica ed apparentemente conciliata della collettività potrebbe rappresentare un ostacolo alla comprensione della bellezza e del coraggio del film. Facile infatti imputare a Weir di aver smorzato tutti quei lati spiacevoli e fastidiosi che normalmente affiorano nella lotta per la sopravvivenza: gli egoismi, il sospetto e la diffidenza, fino alla prevaricazione e la violenza.
Ma ciò sarebbe fuori luogo per un racconto che vuole prima di tutto raggiungere un valore universale ed esistenziale, facendosi quasi simbolo di una condizione umana: in eterno stato di guerra tra simili e natura, ciclicamente divelta dalle proprie radici e costretta ad interminabili peregrinazioni in cerca di un posto nel mondo.
 

Solo così l’ultimo film del regista australiano acquista senso e coerenza, una bellezza che si lascia avvicinare quasi con timidezza e cautela. A patto di riuscire ad allargare il proprio punto di vista e scrutare oltre le vicende personali dei profughi. Allora la storia può guadagnare un afflato epico capace di trascendere anche la cornice storica. Sebbene la denuncia degli orrori dei Gulag nella Russia stalinista sia ben presente: bastano i primi minuti nel gelo siberiano o nelle sulfuree miniere che un intero film costruito su tesi.
 

Si avverte anche una sorta di aura religiosa o metafisica che circonda l’instancabile marcia dei protagonisti. Il viaggio diventa così anche un cammino ascetico ed i personaggi pellegrini che rifuggono gli eccidi della guerra e dei totalitarismi alla ricerca di una testimonianza ultraterrena o di un perdono, capace di dare un senso.
 

Ma il film funziona anche come semplice narrazione avventurosa, elogio della forza di volontà dell’uomo: un intelligente intrattenimento, realistico e raramente noioso.
La fotografia esalta la bellezza e spettacolarità di una natura tersa che può far pensare ad una concezione da National Geographic, ma Weir non sembra interessato a scovarne il lato perturbante come in Picnic ad Hanging Rock, quanto a trovare lo sfondo più adatto per i suoi protagonisti, quasi un paesaggio dell’anima.
 

Ottimo cast in cui spiccano Ed Harris, il carisma pulito di Jim Sturgess ed un insospettabile Colin Farrell, finalmente convincente nei panni del brutale ed infantile “gangster” Valka. Bravi anche gli sconosciuti Dragos Bucur e Sebastian Urzendowsky. Mentre il lato femminile è incarnato da Saoirse Ronan che ha il fondamentale ruolo di collante all’interno del gruppo, angelica presenza consolatrice che diviene il simbolo della bellezza ed innocenza che è stata sottratta ai protagonisti dalle numerose privazioni.

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