This must be the Place: la strana coppia Penn-Sorrentino

di 20 Oct 2011 in Speciale

This must be the Place: la strana coppia Penn-Sorrentino

Sono tanti i motivi per cui un film possa meritare la nostra attenzione. Può essere il caso di un’opera molto coraggiosa, o innovativa, o – parlando a titolo personale – talmente malriuscita da risultare comica.
Risulta difficile catalogare un’opera come This Must Be the Place, e capire perchè ha catturato la mia attenzione.

Credo che i motivi di tanta curiosità siano più d’uno, a partire dal singolare trailer: si rimane un po’ stupiti nel vedere un attore del calibro di Sean Penn in parrucca nera, rossetto e pantaloni in pelle. Ci si chiede chi possa essere il folle che l’ha convinto a conciarsi in quel modo.

Si tratta del napoletano Paolo Sorrentino, alla sua quinta prova da regista.
 
Autore in rapidissima ascesa, è riuscito a distinguersi subito per la sua originalità e abilità nella regia, al punto da conquistare un attore navigato come Penn.
Accadde tre anni fa a Cannes durante la presentazione di Il Divo, film pluripremiato che portò la sua fama fuori dall’Italia.
In quell’occasione l’attore americano – nonchè presidente di giuria – volle fare la conoscenza di quel regista semi-sconosciuto e arrivò a promettergli che avrebbe fatto qualsiasi film con lui.
Mantenne la parola: un anno dopo il regista napoletano inviò la sceneggiatura al celebre attore e con grande sorpresa ricevette il suo consenso immediatamente.

 

Da qui è partito questo strano sodalizio che vede il turbolento Penn noto per il carattere scontroso e la forte personalità e il creativo Sorrentino. Difficile immaginare una coppia così eterogenera, eppure pare proprio che funzioni.
Il film racconta la storia di Cheyenne, una rockstar decaduta che vive isolato in Irlanda con la moglie, la mitica France McDormand spesso ammirata nei capolavori dei Coen.
Personalità fragile e mai maturata, ormai arrivato ai 50 anni il protagonista è rimasto prigioniero della sua immagine. Il trucco e l’abbigliamento sono gli stessi dei suoi anni sregolati da performer.
Invecchiato e decaduto non ha voluto cambiare e ha preferito rinchiudersi nel suo mondo in un castello.

 

La svolta avviene quando viene a sapere che il padre sta male: un rapporto duro e pieno di ombre tra l’anziano ebreo sopravvissuto ai lager e il sensibile e infantile cantante, molto somigliante nell’aspetto a Robert Smith dei Cure.

La frase non è molto orginale ma calza a pennello: non è importante dove arrivi ma quello che provi mentre vai.

Così capita all’ex rockstar Cheyenne, il quale intraprende un lungo viaggio che dalla quiete e rassicurante Irlanda lo porterà nella caotica New York fino alla provincia più nascosta e oscura, tra gli stati dell’Ohio e del Michigan.

Ci sono sicuramente altri due importanti protagonisti nel film: il paesaggio americano, le strade impolverate e infinite delle Routes che ben si fondono con il carattere cupo e sensibile del protagonista, fino al caos della capitale newyorchese.
Per due anni il regista ha viaggiato nell’America più nascosta alla ricerca degli ambienti e delle inquadrature migliori.
 
Il secondo è la musica: già il titolo molto significativo è preso da una famosa canzone di David Byrne, indimenticato frontman dei Talking Heads e collaboratore nella composizione della colonna sonora.
Tutto il film è incentrato sull’arte che ha permesso al protagonista di comunicare col mondo, almeno fino a quando ha potuto esprimerla.
 
Senza dimenticarci del talento di Paolo Sorrentino, che son sicuro ci regalerà delle scene mozzafiato e struggenti, ma da buon napoletano saprà farci sorridere.
Tanti elementi dentro quest’opera, forse troppi. La musica, l’America, la ricerca del padre e delle sue radici, più un’altra missione che è meglio non svelare (attenzione a leggere le trame sul web) e un finale che per fortuna mi manca ma promette grandi sorprese.

Non dev’essere stato facile fondere armoniosamernte tutti questi ingredienti, e se si trattasse di un comune mestierante ci sarebbero molti dubbi sulla riuscita dell’opera.
Già in odore di nomination agli Oscar 2012 l’opera tuttavia ha già riscosso molti consensi dalla critica.
Gli Americani hanno da sempre ammirato il nostro modo creativo e originale di fare cinema, tanto da affidare a un giovane regista di talento una produzione da 30 milioni di dollari e una distribuzione di prim’ordine.
Forse non sarà un capolavoro, ma senza dubbio meriterà la nostrà attenzione.
 
Curiosità: non so a voi ma a me la trama ha ricordato molto una puntata dei Simpson, durante la quale Krusty in preda a una delle sue crisi andava a riscoprire le sue radici e si riconciliava col padre ebreo ortodosso che si vergognava di avere un figlio clown perennemente truccato. Voi che ne pensate?

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